Culture e religioni in dialogo

Il carcere come «accademia del dialogo»: un incontro alle Aldini Valeriani

Il carcere tocca le categorie con cui interpretiamo la realtà, lo spazio, il tempo, il corpo, la nostra identità:

Bologna – «Nessuno è solo il suo reato». È questa una delle frasi che più hanno risuonato nell’incontro svoltosi presso l’Istituto Aldini Valeriani di Bologna, il 3 maggio 2026, grazie alla collaborazione del Dipartimento di Religione che, con una serie di iniziative, in questi mesi sta lavorando sul tema del dialogo interreligioso. Un centinaio di studenti hanno ascoltato le testimonianze di chi il carcere lo ha vissuto sulla propria pelle. 

L’iniziativa, intitolata Il carcere, “accademia del dialogo”, si inserisce in un percorso promosso dall’Ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso della Chiesa di Bologna dal titolo “Culture e religioni in dialogo per la vita della città 2026” sostenuto dalla Fondazione del Monte.

Protagonisti della mattinata sono stati fratel Ignazio de Francesco (Piccola Famiglia dell’Annunziata), Luciano Martucci (antropologo, ex detenuto) e Fabrizio Pomes (ex detenuto), con la presenza di don Andres Bergamini (direttore dell’ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso). A fare da sfondo, la proiezione del video dello spettacolo Joseph and Brothers – adattamento teatrale di Alessandro Berti del testo Giuseppe e i suoi fratelli di Ignazio De Francesco – che racconta l’incontro forzato tra tre detenuti di lingua, cultura e fede diverse, costretti a condividere una cella di pochi metri quadrati.

Il video della giornata

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«Un mondo di mondi»

Luciano Martucci, originario della provincia di Caserta, ha trascorso dieci anni in carcere per traffico internazionale di hashish. Oggi è antropologo e autore di libri. In particolare è coautore di “Devoti violenti, i culti napoletani e le devozioni internazionali asservite alla camorra e alle mafie”. «Mi sono scontrato con una realtà fatta di regole durissime – ha raccontato – dove gestire il quotidiano, persino farsi una doccia o preparare un piatto di pasta, diventa un’impresa. Non ci si adatta: ci si mimetizza per sopravvivere».

Martucci ha denunciato il divario tra la Costituzione – che prevede pene orientate alla rieducazione – e la realtà carceraria: «Ho visto amici morire, ho dovuto tagliare la corda di un impiccato. Il carcere non aiuta a reinserirsi. O stai sotto psicofarmaci, o guardi il muro, o studi. Io ho scelto di studiare». Ed è stato proprio il carcere a offrirgli l’occasione inaspettata di diventare antropologo, mettendo a frutto l’incontro con detenuti provenienti da 164 paesi diversi.

Il fallimento della sola punizione

Fabrizio Pomes, condannato per concorso esterno ad associazione mafiosa, ha passato otto anni nel carcere di Bologna. Ha curato: “Trovate la speranza o voi che entrate, Il carcere tra pena e possibilità”, prefazione di Matteo Maria Zuppi e postfazione di Alessandro Bergonzoni. «Ci raccontano l’equazione “più carcere uguale più sicurezza” – ha detto – ma i dati dicono il contrario: negli anni Novanta in Italia si registravano 2400 omicidi all’anno, l’anno scorso 300. Eppure la popolazione carceraria cresce. Il problema è la recidiva: oltre il 70% di chi esce torna a delinquere. Nessun ospedale reggerebbe una mortalità del 70%, ma per il carcere non gridiamo allo scandalo».

Pomes ha ricordato che la Costituzione parla di pene che devono tendere alla risocializzazione. «Oggi il carcere è solo contenitivo e punitivo. Non possiamo ridurre una persona al reato che ha commesso».

Il dirigente scolastico, il prof.  Pasquale Santucci è intervenuto portando i saluti agli ospiti e congratulandosi della bella iniziativa, preziosa per gli studenti della scuola Aldini Valeriani.

Il “mostro” siamo noi?

Uno dei momenti più intensi è stato il dibattito con gli studenti. Un ragazzo ha chiesto: «Perché chi uccide 12 persone è considerato un mostro, ma voi dite che non è un mostro?». Fratel Ignazio ha risposto portando l’esempio concreto di un detenuto condannato per abusi su minori, che in carcere ha studiato Lettere e scrive poesie: «Non è venuto a giustificarsi. Ma ho capito che aveva oltrepassato un limite legato alla sua affettività. Non è il suo reato a camminare: è una persona che ha una storia prima e una storia dopo».

E ancora: «Il carcere è la psiche profonda della società. Al primo piano ci sono gli spacciatori, che rappresentano il nostro problema con le sostanze. Piani sopra, i mafiosi, che parlano di uno Stato nello Stato, ma anche del nostro rifiuto della legalità. E poi i sex offender: non sono mostri, ma portano all’estremo i nostri problemi – dal consumo di pornografia a piccole violenze quotidiane».

I primi giorni: spoliazione e perdita di controllo

A una studentessa che chiedeva come siano i primi giorni in carcere, Luciano ha risposto con parole dure: «Ti spogliano, ti tolgono orecchini, bracciali, fotografie. Devi mostrarti nudo davanti a sconosciuti. Capisci che non hai più il controllo del tuo corpo, del tuo tempo, delle tue scelte. Non sai che ora è. Puoi stare senza mangiare per ore. La mancanza di libertà è proprio questo: non essere più padrone di nulla».

Una nuova “Costituzione della Terra”?

L’incontro ha preso spunto anche dalla vicenda biblica di Giuseppe e i suoi fratelli, simbolo del perdono e della ricomposizione delle fratture. Lo spettacolo Joseph and Brothers immagina tre detenuti – Gadi, Salvo e Ahmad – che imparano a sostenersi a vicenda, scoprendo che quei «nove metri quadrati» possono diventare un luogo di fraternità inaspettata. «È possibile immaginare una Costituzione della Terra, una legge comune capace di superare gli schemi rigidi del nostro tempo?», si chiede il testo.

Umanità dietro le sbarre

Francesco Piantoni, insegnante di religione alle Aldini Valeriani, ha concluso: «Il carcere tocca le categorie con cui interpretiamo la realtà, lo spazio, il tempo, il corpo, la nostra identità: toglie umanità ai detenuti. Ma noi abbiamo il dovere di ricordare che dietro ogni carcerato c’è sempre un essere umano. Ce lo ricorda bene la scienza medica: se ho un cancro, io non posso essere ridotto alla mia malattia. Un buon medico ha il dovere di curare il malato, non la malattia. Non dimentichiamoci di quell’umanità che il carcere vuole negare dietro le sbarre».

L’augurio, uscendo dall’Aldini Valeriani, è che questi incontri continuino a seminare domande. Perché, come ha detto fratel Ignazio, «parlare di carcere non significa autoassolversi, ma riconoscere che nessuno è solo il suo errore. E che il dialogo – anche tra le sbarre – è possibile».

Gli altri appuntamenti del percorso

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