BOLOGNA – Si è svolta sabato 31 ottobre presso il Centro di Cultura Islamica di Bologna in via Pallavicini la XXV Giornata del Dialogo Ecumenico Cristiano-Islamico, un appuntamento promosso da Noi siamo Chiesa e dalla Comunità Islamica di Bologna (CIB). L’incontro ha visto la partecipazione di circa una sessantima di persone riunite in un clima caldo, festoso e intriso di autentica gioia e amicizia reciproca.
Al centro del pomeriggio, il tema guida dell’edizione di quest’anno: «Tessiamo dialoghi per sradicare l’odio e costruire la pace». Attraverso quattro intensi interventi, i relatori hanno offerto riflessioni profonde, convergenti nella consapevolezza che la pace si costruisce nella quotidianità, abbattendo i muri del pregiudizio e riscoprendo l’unica paternità di Dio.
Maria Luisa Cavallari: L’intreccio della fraternità e le radici comuni
Nel suo intervento introduttivo, Maria Luisa Cavallari (del comitato promotore della Giornata) ha richiamato tre grandi ricorrenze storiche: i 60 anni dalla dichiarazione conciliare Nostra Aetate, i 40 anni dallo “Spirito di Assisi” voluto nel 1986 da San Giovanni Paolo II, e i 25 anni di Giornata del Dialogo Ecumenico Cristiano-Islamico, nato all’indomani del dramma delle Torri Gemelle per cercare ciò che unisce anziché contrapporre.
Cavallari ha sottolineato l’urgenza spirituale di «tessitori di pace» in un tempo segnato da conflitti diffusi:
«L’unico Dio in cui crediamo ci fa camminare sulla via della pace […] abbiamo scoperto insieme che soltanto attraverso il dialogo possiamo veramente annullare quell’odio che sta invadendo tantissime popolazioni».
Forte è stato il richiamo alla Regola d’Oro, presente nel Cristianesimo come nell’Islam («fai all’altro quello che vuoi sia fatto a te stesso» / «nessuno può dirsi un vero credente finché non fa per l’altro quello che vuole per se stesso»), sintetizzata con un’efficace immagine metaforica:
«L’odio non si spegne con l’odio, così come l’acqua non si asciuga con l’acqua e il fuoco non si spegne col fuoco, ma l’odio si spegne con l’amore».
Islam Said Mahdy: La fede si dimostra nelle azioni e nel piantare semi di speranza
Islam Said Mahdy (dell’Associazione degli Imam) ha aperto il suo contributo evidenziando come, nella tradizione islamica, la fede non possa rimanere un sentimento intimo, ma debba necessariamente tradursi in azioni concrete verso il prossimo. Ha inoltre chiarito che la parola Allah non indica una divinità diversa, ma è il termine arabo per dire Dio, utilizzato comunemente anche dai cristiani arabi e copti.
Richiamando il Corano (Surah Al-Ankabut), l’Imam ha ricordato che ogni dialogo con la «gente del Libro» (cristiani ed ebrei) deve essere condotto con benevolenza e rispetto pacifico. Tra i passaggi più toccanti, l’Imam ha citato un noto hadith del Profeta Muhammad sull’importanza dell’impegno per il bene anche nelle situazioni apparentemente senza uscita:
«Se doveste vedere l’Apocalisse arrivare e qualcuno di voi dovesse avere in mano un seme, che lo pianti per terra […] fino all’ultimo attimo, anche quando tutto sembra buio, dobbiamo impiantare questo seme».
Islam ha poi invitato a custodire la propria identità senza chiudersi, guardando alla pluralità delle culture e delle fedi come a un mosaico creato da Dio per spingerci alla conoscenza reciproca.
Suor Chiara Cavazza: Rallentare per prestare attenzione e lasciarsi ritesse da Dio
Ricollegandosi al viaggio di San Francesco d’Assisi in Egitto nel 1221 per incontrare il Sultano, Suor Chiara Cavazza (delle Suore Francescane dell’Immacolata) ha invitato i presenti a rallentare i ritmi di una società frenetica per riscoprire il valore dell’ascolto.
Facendo eco al versetto della Lettera agli Ebrei citato nel volantino («prestiamo attenzione gli uni agli altri»), la religiosa ha sottolineato:
«Per potersi incontrare bisogna darsi il tempo, bisogna rallentare […] questo dono prezioso in un sabato pomeriggio diventa l’opportunità di guardarci negli occhi, di ascoltarci, di riconoscere il nome e l’identità propria di ciascuno».
Suor Chiara ha ricordato che, nella visione francescana, la testimonianza della vita precede sempre le parole. Ha infine condiviso una suggestiva immagine poetica di Dio come un paziente tessitore:
«Dio raccoglie i brandelli delle nostre tristezze, delle pene, delle lacrime […] e gli sforzi coraggiosi, le iniziative di pace: tutte queste realtà che sembrano piccole e deboli le ritesse con il filo della gioia per dare vita a una nuova creazione».
Pastore Giacomo Casolari: Guarire le ferite del passato per amare il fratello visibile
L’intervento conclusivo è stato affidato al Pastore Giacomo Casolari (della Chiesa Evangelica della Riconciliazione). Partendo dalla propria storia personale di integrazione e cammino ecumenico, il pastore ha richiamato la necessità di scendere nel profondo del cuore per liberarsi dai pregiudizi e dalle chiusure settarie.
«Le ferite del passato comandano ancora e questo è il dramma della nostra umanità […] possa il Signore guarirci dentro, donarci la volontà e la capacità di amare perché senza di Lui non facciamo niente di buono».
Casolari ha citato un passo cardine della Prima Lettera di Giovanni (1 Gv 4,20): «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede». Ricordando la lunga amicizia e collaborazione trentennale con sacerdoti e comunità locali, ha concluso invitando tutti a lasciarsi trasformare dalla parola di Dio per superare ogni logica di nemico e riconoscere in ciascuno un fratello amato dal Creatore.
Tutti gli interventi sono stati preceduti dal canto dei canoni di Taizè (Dona la pace Signore, Il Signore è la mia forza, Niente ti turbi) che hanno consentito ai presenti di unire le loro voci e ad introiettare i contenuti ascoltati. Tale modalità ha contribuito a dare all’incontro una connotazione di preghiera e di speranza condivisa che ha donato pace ai cuori.
L’incontro si è concluso con la lettura della preghiera semplice di San Francesco e di una poesia del mistico Rumi contemporaneo di Francesco:
Infine con un significativo momento di convivialità con i biscotti a forma di piccoli pani e i datteri e altri dolci portati da entrambe le comunità, presagio del grande banchetto al quale il Signore radunerà tutti i popoli della terra.







