Tutti gli inteventi

Al di là del confine: parlare di morte per riscoprire la vita

Il convegno a Bologna che ha riunito fedi, saperi e culture per interrogare il passaggio supremo

Questo contenuto non è disponibile per via delle tue sui cookie

Bologna, 10 giugno 2026 – La Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio è stata per un giorno il crocevia di uno dei luoghi più umani e insieme più temuti: la soglia tra la vita e la morte. Così si è aperto il convegno “Incontrarsi sul grande confine”, promosso dalla Diocesi di Bologna, dal Comune e dall’Università, con il sostegno della Fondazione del Monte.

Di fronte a un tema spesso rimosso o esorcizzato con l’horror di Halloween, l’iniziativa ha scelto la strada opposta: guardare il “grande confine” come spazio di dialogo, dove le diverse tradizioni religiose e culturali possono riconoscersi. Come ha spiegato la professoressa Rita Monticelli, delegata del Sindaco per il dialogo interreligioso, “parlare del passaggio significa parlare non solo della morte ma anche della vita, dell’impegno che la vita ci chiede per accompagnare”.

Il silenzio davanti al mistero

Lo storico Alberto Melloni ha aperto i lavori con una riflessione tagliente: troppo spesso, nel dibattito pubblico sul fine vita, “ciascuno ha abitato il peggio di sé”. Da un lato un discorso ecclesiastico irrigidito in ingegnerie morali lontane dalla concretezza del morire, dall’altro una laicità militaresca che parla di “vittoria o contabilità della libertà”. Per Melloni, davanti a chi muore l’unico gesto giusto è quello delle donne ai piedi della croce: “il silenzio, il pianto e non altro”.

Il viaggio e i riti che uniscono

Ignazio De Francesco ha ripreso il filo del “pellegrinaggio”, un archetipo comune a islam, confucianesimo e cristianesimo: “Non c’è niente di più fermo di un morto, ma tutta la comunità intuisce che quella persona è inserita in un misterioso viaggio verso l’oltre confine”. Una visione che trasforma la morte da catastrofe a attraversamento.

E proprio i riti – ha sottolineato più volte il Cardinale Matteo Maria Zuppi nel suo atteso dialogo con la giornalista Monica Mondo – sono il collante che rischia di perdersi. Zuppi ha ricordato l’allergia della sua generazione verso i simboli tradizionali: “Abbiamo sbaraccato il nero, il catafalco, ma non li abbiamo sostituiti con nulla. Poi ci si ritrova con degli aperitivi tristi per ricordare il defunto. Che rito è?”. Secondo il Cardinale, i riti non vanno spiegati fino a uccidere il mistero: “Si fanno vivere. Il Piccolo Principe insegna che se sai che l’altro viene alle cinque, già alle quattro sei felice. È il rito che prepara l’incontro”.

Zuppi: “Dio sta dalla parte di chi soffre”

Il cuore dell’incontro è stato il confronto a tu per tu tra Zuppi e Monica Mondo. Partendo dai ricordi personali – la paura da bambino dell’ora della nostra morte” nel Rosario, il dolore per la scomparsa del fratello (“un pezzo di te, fisicamente”) – l’Arcivescovo ha affrontato le domande più dure. Come parlare a una madre che perde un figlio innocente? “Non dobbiamo dare tutte le risposte – ha risposto Zuppi – ma la vera risposta è: da che parte sta Dio. Noi cristiani lo sappiamo, è venuto, si è fatto ammazzare, sta in croce”.

Sul tema scottante del fine vita, il Cardinale ha distinto nettamente tra accanimento terapeutico, cure palliative ed eutanasia. Ha citato l’allarme sui dati dell’Emilia Romagna (il 30-40% di malati terminali ancora senza accesso alle cure del dolore) e ha ripreso la lezione di Carlo Maria Martini: la decisione va trovata insieme, ascoltando “il malato, i familiari e i medici”. Zuppi ha messo in guardia dall’illusione dell’autodeterminazione assoluta: “Tu non sei mai da solo. Se vedo uno che si butta dal ponte e non faccio nulla, si chiama omissione di soccorso. La vita è relazione, non un possesso”.

Uno sguardo plurale

Il convegno ha ospitato anche le voci di altre tradizioni. Piero Stefani ha descritto la ritualità ebraica del morire: la lacerazione del vestito, la richiesta di perdono formale. Paolo Roberti di Sarsina, per la comunità buddista, ha portato il saluto del Dalai Lama (“bisogna incontrarsi per essere migliori esseri umani”). E a fine mattina, l’attore Alessandro Berti ha dato voce a Giobbe, il duellante con Dio che chiede ragione del dolore innocente.

Prima della chiusura, la performance “De los Muertos” di ZimmerFrei ha ricordato che i morti non smettono di parlare ai vivi. Come ha concluso Rita Monticelli: “Se facciamo cadere una persona, cadiamo tutti. Il confine non è separazione, ma il luogo dove impariamo che non si vive da soli”.

La locandina del convegno e il programma completo

I video degli interventi (qui la play list di 12porte)

La galleria fotografica

condividi su